Oggi partiamo dal mio punto debole: “come si scrive?”
La parola “aeroporto”, ad esempio, è per me difficilmente memorizzabile a livello grafico. Ogni volta infatti sbaglio e scrivo “aereoporto”. La mia amica, soprannominata “Virgola” (colei che mi sopporta e supporta ogni settimana nelle correzioni ortografiche), si arrabbia e continua a segnarmelo in rosso.
Vi spiego il motivo del mio errore: la parola “aeroplano” deriva dal francese “aeroplane”, ed è un sostantivo composto dal greco antico ἀήρ (aèr, aria) e dal latino “planus” (piatto). Il termine comunemente utilizzato “aereo”, invece, non è, come molti pensano, l’abbreviazione di “aeroplano”, bensì la forma sostantiva dell’aggettivo “aereo” (latino aereus) ed è per questo che si scrive così.
Bene, dopo il momento maestrina, che proprio non mi si addice, vi parlo dell’argomento di oggi: gli aeroporti.
Come sapete, ormai da anni vago per il mondo, servendomi di quello che credo sia il mezzo di locomozione migliore a livello di qualità, sicurezza e tempistica: “l’aereo”.
Volendo o no, per poterne prendere uno, ci si deve recare, come dice un mio piccolo amico, nei “box degli aerei”, ovvero l’aeroporto.
Dando un’occhiata a qualche dato, la pista più lunga appartiene ad un aeroporto cinese (circa 5,5km), la pista più larga ce l’hanno i russi (105 m), mentre spetta all’Hartsfield-Jackson di Atlanta, con 104.171.935 passeggeri transitati, il primato nel 2016 di aeroporto più trafficato del mondo.
Ristoranti, negozi, SPA, lounge bar, cappelle per pregare: in aeroporto non manca nulla.
Esistono aeroporti di ogni dimensione e tipologia: dalle capanne di paglia, agli aeroporti enormi che sembrano città, suddivisi in terminal collegati da scale mobili lunghissime o addirittura navette. Durante l’attesa in aeroporto io faccio sempre una fermata al duty free a darmi una sistemata al trucco e a provare qualche profumo nuovo.
Quante persone continuamente si spostano per lavoro, vacanza, amori lontani. Ognuno di loro, con valigie, zaini o solo borsette, mosso dalla propria motivazione, parte da casa per recarsi altrove, per poche ore, giorni, mesi, o addirittura per non rientrare.
Chi non è abituato a frequentare la “casa degli aerei” appare disorientato: cerca la direzione giusta tra le tante frecce di solito posizionate sopra la propria testa, oppure ascoltando attento la voce che dall’altoparlante fornisce informazioni importanti.
Per chi deve imbarcare i bagagli è necessario passare dal banco del check-in, dai controlli di sicurezza e poi proseguire verso il gate. Dopo essersi assicurati che il volo sia in orario, è possibile finalmente rilassarsi. Questo è il momento che preferisco. Finalmente posso osservare. Mi guardo intorno, provo quella strana sensazione di non conoscere nessuno intorno a me, e comincio ad immaginare le loro storie. Chi sono queste persone? Davanti a me c’è un signore. Il mio sguardo, apparentemente distratto, si posa su di lui. L’espressione severa, la barba bianca incolta, occhiali da vista di forma ovale, alle dita nessun anello, vestito sobrio e pulito, ha con sé soltanto uno zainetto piuttosto anonimo. Escludo da subito che si tratti di un uomo d’affari e fantastico ancora un po’ sulla sua ipotetica identità. Proseguo poi con la storia di altre persone, tutte da inventare.
L’aeroporto mi piace, non prendetemi per pazza. Ha un odore particolare e uno strano brusio di voci dai diversi idiomi che generano un suo caratteristico “rumore”. Gente che corre con valigie al seguito, intenta a chiamare figli imbambolati a guardare schermi colorati o vetrine di giochi. Un’atmosfera che solo chi si sofferma un attimo può percepire. Punti nodali di scambi, di amori che si incontrano per poi proseguire per una nuova meta comune, oppure incroci casuali, senza alcuna intenzionalità.
Molte persone mi contraddicono quando parlo bene di questo luogo. In un certo senso e in certi casi non posso che dargli ragione: esistono infatti aeroporti orrendi, che puzzano, minuscoli e scomodi. Credo che la loro bruttezza sia data dal fatto che sono stracolmi di gente stanca e negativa per svariati motivi, magari perché ha appena scoperto che i loro bagagli sono per errore in una città lontana. Ma cercate di andare oltre, provate a godervi anche in questo caso dei lati positivi. Osservo spesso i voli che decollano sui monitor, sogno destinazioni impensate e sbircio le copertine dei passaporti dei turisti intorno a me. Spesso mi è capitato per scali dalla lunga attesa di dormirci, sono esperienze anche queste. Cercando una location dalle poltrone più comode (quasi sempre se cercate ci sono), ho conosciuto anche persone che hanno scelto addirittura di viverci in aeroporto, e che mi hanno offerto per una seduta più comoda un loro cartone (chiaramente non l’ho accettato).
Vi è mai capitato poi di andare a prendere qualcuno in aeroporto? A me sì, ed è ogni volta un’emozione grandissima. Le porte degli arrivi si aprono e lì, per molti impercettibile, ma non per me (inguaribile romantica) l’amore si presenta in una delle forme più poetiche. Persone in trepidante attesa che impugnano cartelli con nomi spesso incomprensibili. La pace, il sollievo del ritorno. Abbracci, sorrisi, entusiasmo, gioia spesso manifestata con le lacrime. Con un briciolo di curiosità mi domando se tra le persone che si ritrovano ci sia un grado di parentela, da quanto tempo non si vedano, da dove vengano, quale sarà la prima cosa che si diranno o faranno usciti da lì.
Per chi pensa che l’aeroporto sia solo l’infrastruttura attrezzata per decollo e atterraggio, transito di passeggeri e bagagli, spero di avervi fatto ricredere e sono certa che al vostro prossimo arrivo in aeroporto vi ricorderete delle mie parole.
C’è un mondo dietro quelle porte scorrevoli e i protagonisti siamo noi, viaggiatori, turisti e chi ci aspetta a destinazione.
Ricorda: “viviamo nell’aeroporto della terra. Tutti i giorni migliaia di arrivi e partenze sono inevitabili. Ciò che possiamo cambiare è il modo di osservarli”.
ENJOY, ci leggiamo mercoledì prossimo.
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