Oggi la mia riflessione arriva su un momento particolare della vita… nel quale …a volte, la memoria fa brutti scherzi.
La memoria è letteralmente la capacità del cervello di conservare informazioni, ricordi, esperienze. Compromette azioni, pensieri, vita.
Alleniamo la nostra mente e non smettiamo mai di essere curiosi di imparare e conoscere fino a che siamo noi gli artefici del nostro destino. Nel momento in cui non siamo più noi… armiamoci di tenacia e mai per vinti.

Vi lascio con una favola sulla memoria per un sorriso e per un secondo di riflessione su altri punti di vista che la storia di oggi ci dona.
Buona giornata a tutti…. ENJOY

La memoria dell’elefante

In un’afosa giungla tropicale un’elefantessa e il suo cucciolo avanzavano placidamente per raggiungere il proprio branco: si erano allontanati in cerca di cibo, e si erano ritrovati nel punto più remoto della foresta. D’improvviso dalle fronde in fondo alla radura venne fuori un giaguaro, fiero e possente. Leccandosi i baffi, si avvicinò alla coppia di elefanti, i quali, avendolo avvistato e capendo che sarebbe stato inutile fuggire, essendo l’altro assai più veloce, si fermarono tremanti, e si strinsero le proboscidi per farsi coraggio.
« Non si passa! » ruggì il giaguaro, pregustando il lauto pasto che lo attendeva.
« Risparmiaci… » implorò clemenza l’elefantessa. « Io sono una madre, e mio figlio è solo un cucciolo! »
Il giaguaro li fissò, sfrontato. « Non m’importa, » rispose, « sono affamato e divorerò te per prima, che hai osato frapporti tra me e il mio pasto! »
E saltò sull’elefantessa mordendola con le bianche zanne e schizzando il suo sangue tutt’intorno. Ingerì la parte più gustosa, spolpando ben bene le ossa, ma, già sazio, si allontanò dal cadavere e si rivolse al cucciolo in lacrime.
« Ti lascio andare, » grugnì con i denti chiazzati di rosso, « chissà che tu non mi possa saziare in futuro, una volta cresciuto. Ora va’! »
E nonostante fosse assai lento, quello, distrutto e sconvolto, sparì tra il verde tenebroso dei rami più bassi, ululando di dolore.
Passarono gli anni e i decenni; le piante morivano, i fiumi si prosciugavano e i cacciatori di frodo decimavano le bestie. In quegli anni il giaguaro aveva spadroneggiato per quei luoghi, terrorizzando gli altri animali e ingozzandosi di carne fresca tra gli alberi, non visto. Ormai vecchio e malato, un giorno, ferito ad una zampa, si trascinò nella tranquilla radura dove tanti anni prima aveva lasciato orfano un cucciolo d’elefante.
A causa della vista rovinatasi con gli anni, troppo tardi si accorse di un gigantesco pachiderma, ritto immobile al centro della radura, e guardandolo meglio gli sembrò che fissasse un punto preciso, sull’orlo del pianto, quasi si trovasse di fronte ad una tomba. Quando l’elefante lo vide, ferito e stanco, appoggiarsi ad un albero per riposare tranquillo, quello sguardo carico di tristezza si tramutò in rabbia violenta e cieca.
« Tu… » esalò, e quel monosillabo grondava di odio puro.
« Sparisci. Non sai chi sono? » gli rispose il giaguaro.
L’elefante lo osservò, anziano, spelacchiato, ferito, e corrugò la fronte.
« Non ti ricordi di me? » gli chiese mentre fremeva.
« Mai visto prima d’ora. »
L’elefante tremò violentemente. Poi gli si avvicinò, lento, e subito con calcolata ferocia gli sferrò un colpo mortale con le zanne d’avorio. L’altro gridò di dolore – se soltanto fosse stato ancora giovane avrebbe potuto punire quell’insolente!
« E ora muori, » sentenziò l’elefante, « muori come è morta mia madre, uccisa da un essere senza onore e senza merito. »
« Di che parli? » urlò il giaguaro, mentre il sangue usciva a fiotti dalla profondissima ferita. « Io non ricordo nulla! »
« Lo credo bene, » ribatté l’elefante, « quando un prepotente è giovane e arrogante, e colpisce forte il primo che gli capita sotto le grinfie, non pensa che a ridere dell’altrui fiacchezza e al colpo che infliggerà al prossimo sciocco che gli si parerà davanti. Dopotutto, cosa gli importa di ricordare la sofferenza di un qualunque plebeo, debole e privo di zanne? Solo alla vittima, inconsolabile nella sua perdita, rimarrà un’indelebile cicatrice che per sempre gli rimembrerà il suo dolore. Che stiano attenti, i potenti, perché chi fa un torto a un innocente sta scegliendo il carnefice che manderà la sua anima all’inferno. Non è forse la memoria, dopotutto, il dolce nettare della vendetta? »
E, detto questo, si allontanò, mentre lacrime brucianti gli scivolavano lungo le gote e alle sue spalle il giaguaro esalava l’ultimo respiro.